Due. Errori.
Sono abbastanza certa che mia madre non ami né i bambini né le armi, anche se non ho mai discusso con lei questo secondo argomento. Mio padre, al contrario, non si è mai fatto una ragione della nostra ostinazione a crescere e ha sempre avuto una moderata passione per i coltelli.
Di come, durante la mia infanzia, io mi sia relazionata al non saper dare un nome preciso al lavoro di mia madre parlerò in un capitolo successivo. Ora accontentatevi, come mi sono accontentata io, di sapere che lavora con i libri e che parte del suo lavoro consiste nel correggere le bozze.
Mentre lei aspettava di vederci crescere perché smettessimo di sbagliare, senza mai concedersi (e concederci) troppi rimpianti per il passato, mio padre adorava ricordare tutte le nostre insormontabili difficoltà linguistiche. Sembrava che nulla lo divertisse di più, grasse risate.
Per merito suo conosco a memoria tutte le (ragionevoli) modifiche che avevo apportato alle parole per semplificarmi l’approccio al linguaggio. Ma non mi so spiegare come mai, tra queste, dovessi inserire la parola “fucile”, che a detta di mio padre diventava “ciufile”.
Non guardavo la tv, non giocavo ai videogiochi né vedevo nessuno giocarci. Avevo soprattutto amici maschi, questo sì, eppure nessuno di loro (che io ricordi) esternava grandi passioni per le armi. Con Federico giocavo ai lego e ai dinosauri, con Paolo ai lego e alle barbie e a “fare esperimenti” (non chiedete, non ricordo), con Francesco a Robin Hood, con Nicola a tirare i puffi nel water attraverso la finestra (giuro). Niente fucili.
Non so quando ho imparato a parlare, e chiederlo ai miei è inutile. Mia madre probabilmente si è dimenticata (“quando iniziano in media i bambini? Dai, più o meno”). Lei è quella che ha tenuto un diario dal giorno della mia nascita finché non ha scoperto che ero profondamente noiosa, ci ha scritto esattamente due cose: “è nata Chiara, dorme” e “Chiara pesa X, dorme”. Mio padre è un revisionista, si inventerebbe che ho imparato a parlare a due mesi, che ero un genio, e poi attaccherebbe con l’elenco delle parole che non sapevo pronunciare.
Davvero, però, non so spiegarmi in che modo nella mia vita sia arrivata la parola “fucile” prima ancora che fossi in grado di pronunciarla. Di certo mi è abbastanza chiaro da dove derivi l’ossessione per gli errori, miei e altrui. Una volta, mentre leggevo un romanzo, ho beccato un accento sbagliato e sono rimasta incantata a grattare quel punto della pagina. Mi era impossibile andare avanti senza prima risolvere l’errore.
Mia madre non è venuta alla mia laurea. È stata con me fino a due giorni prima, però, e ha letto la mia tesi. Era domenica e mancavano 12 ore alla discussione quando ho scoperto per vie traverse che, secondo lei, avrei dovuto correggerla e farla ristampare. Gli errori li aveva segnati tutti in rosso.
Io odio gli errori. Regola: non fate errori.